Il canto strozzato

ANTOLOGIA

A – LA CRISI DEL POETA

  1. Lo spleen di Charles Baudelaire (I fiori del male, 1857)
  2. L’Albatro di Charles Baudelaire
  3. E lasciatemi divertire di Aldo Palazzeschi (L’incendiario, 1910)
  4. L’ipotesi di Guido Gozzano (I colloqui, 1911)

B – LA POESIA DECADENTE

  1. La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio (Alcyone, 1902)
  2. X agosto di Giovanni Pascoli (Myricae, 1896)
  3. L’assiuolo di Giovanni Pascoli (Myricae, 1897)

C – LA POESIA DEL NOVECENTO

A – GIUSEPPE UNGARETTI – ALLEGRIA DI NAUFRAGI (1919)

  1. Mattina – Soldati
  2. Veglia
  3. San Martino del Carso
  4. In memoria

B – UMBERTO SABA – CANZONIERE (1921-61)

C – vincenzo cardarelli – poesie (1942)

  1. Adolescente
  2. Gabbiani – Autunno

D – EUGENIO MONTALE

OSSI DI SEPPIA (1925)

  1. I limoni
  2. Non chiederci la parola
  3. Spesso il male di vivere ho incontrato

LE OCCASIONI (1939)

SATURA (1971)

E – PRIMO LEVI – Se questo è un uomo (1947)

F – SALVATORE QUASIMODO – Giorno dopo giorno (1947)

G – bertolt brecht – poesie (1938-41)

IL PERCORSO

Con l’affermarsi della società borghese, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, cambia notevolmente la concezione e il significato dell’arte poetica.

Il francese Charles Baudelaire[1], grande innovatore ed esponente chiave del Simbolismo, scrive una raccolta poetica capitale intitolata I fiori del male (1857). La poesia Lo spleen descrive il particolare disagio esistenziale incapace di adeguarsi alla nuova società. A differenza del taedium vitae leopardiano, lo spleen non una riflessione sulla condizione umana, ma rappresenta uno stato di depressione angosciosa, dal quale è impossibile sfuggire; ne L’albatro Baudelaire paragona la sua condizione di vita a quella del maestoso uccello marino: l’albatro è come il poeta, libero di sollevarsi da terra e volare in alto, ma i marinai che lo stuzzicano e lo umiliano sono come la gente comune che deride chi si occupa di poesia.

Aldo Palazzeschi[2], letterato fiorentino con una lunga ed eterogenea carriera letteraria, nel 1910 dà alle stampe la raccolta L’incendiario, di matrice futurista. All’interno compare la lirica E lasciatemi divertire, originale manifesto che rivendica per il poeta il diritto al divertimento e al disimpegno: d’altronde“i tempi sono cambiati, gli uomini non domandano più nulla dai poeti”.

Il poeta crepuscolare Guido Gozzano[3] nell’Ipotesi, lirica raccolta ne I colloqui (1911), sogna una tranquilla vita borghese di provincia, sposato con la signorina Felicita. Nell’ultima parte del testo il protagonista narra alla moglie la sua versione della vicenda di Ulisse, “con pace d’Omero e di Dante” (e di D’Annunzio): demitizzando il racconto dell’eroe antico attraverso l’anacronismo e l’abbassamento tonale, Ulisse diventa un marito infedele che gira il mondo su uno yacht e che, ritornato a casa, decide di ripartire con alcuni compagni alla volta dell’America per cercare fortuna.

Classicità e letteratura sembrano aver perso ogni valore nella nuova società borghese. Il ruolo di leadership della poesia viene rivendicato dal “vate” Gabriele D’Annunzio[4], capace con le sue parole di ispirare il popolo e guidare le folle. Nel ciclo delle Laudi, tra poesie retoriche e civili se ne inseriscono altre di ispirazione più personale, soprattutto nella raccolta Alcyone (1903). Ne La pioggia nel pineto protagonista è una giornata estiva, la cui pioggia arriva fino all’anima, in un magico gioco di sogni e illusioni che coinvolge gli amanti Gabriele ed Ermione (l’attrice Eleonora Duse). Il tema dominante è la ricerca della bellezza e la possibilità di far parlare il mondo delle sensazioni, delle emozioni, della musica e dei sentimenti, rifiutando la razionalità e abbandonandosi all’istinto attraverso una completa identificazione con la natura (panismo) che diventa conforto e gioia.

Appartiene allo stesso contesto culturale, ma presenta esiti diversissimi la lirica del “fanciullino” Giovanni Pascoli[5], autore della raccolta Myricae (1903). In X agosto, poesia dedicata al ricordo della morte del padre, le stelle cadenti sono interpretate come le lacrime del cielo per il male presente sulla Terra; ne L’assiuolo, invece, la descrizione di un paesaggio notturno e i suoi suoni fanno riflettere il poeta sul tema della morte.

Con  la Prima Guerra Mondiale cambia il mondo, la società e anche la poesia. Ne è testimone Giuseppe Ungaretti[6], soldato partito volontario per il fronte che all’esperienza della guerra ha dedicato la sua prima opera: Allegria di naufragi (1919). Il testo si presenta come un diario, tanto che ognuno dei componimenti è accompagnato dall’indicazione del luogo e della data. Il “naufragio”, cui allude il titolo, è metafora della guerra; l’“allegria”, invece, fa riferimento a quel senso di ebbrezza e di gioia che si prova quando si sopravvive a una tragedia. La raccolta si apre con la poesia In memoria dedicata all’amico arabo Moammed Sceab, con cui Ungaretti condivideva una stanza a Parigi, morto suicida perché incapace di sopportare lo sradicamento: egli non può integrarsi nell’ambiente francese e nemmeno rimanere legato ai costumi della sua vecchia patria. Nomade, non solo per motivi di sangue, Sceab non possiede il dono della poesia, attraverso cui Ungaretti riesce a sopportare il medesimo destino. Datata 1915 è Veglia: il poeta resta a lungo in una fossa accanto al cadavere di un suo compagno, fino a quasi condividere con lui l’esperienza di morte. L’attaccamento alla vita affermato nella conclusione ha un valore in qualche modo religioso: il sopravvissuto custodisce i valori della vita anche per il morto. Il poeta, pertanto, non si arrende  all’insensatezza del dolore e della morte. Nel 1916 è ambientata San Martino del Carso. Di fronte a un villaggio semidistrutto, Ungaretti richiama alla memoria le figure dei compagni morti combattendo: nessuno manca all’appello del cuore straziato.Del 1917 è Mattina, la brevissima lirica che esprime l’illuminazione dell’improvvisa consapevolezza del senso della vastità del cosmo; al 1918 risale Soldati: la precarietà della vita dei militari è c ome quella delle foglie di autunno: con un filo di vento esse possono staccarsi e scomparire, così come può spezzarsi all’improvviso l’esistenza degli uomini.

Interventista pentito come Ungaretti è il triestino Umberto Saba[7]. Tra le poesie più interessanti presenti nel suo Canzoniere (1921-61) vi è Mio padre è stato per me l’assassino (1922): egli descrive i sentimenti provati da lui stesso e da sua madre nei confronti del padre, raccontando come ne abbia sempre avuto una pessima opinione («assassino»), ma a vent’anni scoprì che buona parte del carattere paterno era passata a lui. Le diversità di personalità tra i due genitori e l’impossibilità della loro convivenza sono come lo scontro di «due razze» che egli stesso sentirà in lotta dentro di sé.

Vincenzo Cardarelli[8] è rappresentante del cosiddetto “ritorno all’ordine” degli anni Venti. Le sue liriche sono caratterizzate dal tema dello scorrere inesorabile del tempo (Autunno), la perduta giovinezza (Adolescente) e le fatiche del vivere (Gabbiani).

Il genovese Eugenio Montale[9], forse il più importante poeta italiano del secolo scorso, ha avuto una carriera poetica lunga e di successo (premio Nobel nel 1975). La prima raccolta, Ossi di seppia (1925), appare come la risposta negativa e parodistica all’Alcyone dannunziano, inteso come il diario di un’estate alle Cinque Terre. Il titolo Ossi di seppia, “correlativo oggettivo”, allude allo scheletro dell’animale marino che dopo la morte galleggia sulle onde ed è trascinato a riva tra gli scarti delle profondità acquatiche, come “inutile maceria”. La vita è caratterizzata dal male della “necessità” che ci stringe e la cui unica alternativa è il caso, o il “miracolo” di un’apparizione (la figura femminile), che non è comunque riservato a noi.

Nella lirica I limoni, essi diventano simbolo della poetica dell’autore che canta povere e semplici cose e tende a instaurare un rapporto diretto con gli oggetti e le piante. A differenza de i “poeti laureati” (D’Annunzio), che falsano la realtà rappresentandola con uno stile aulico per avere onori e gloria, Montale ama il linguaggio comune e familiare per descrivere il paesaggio aspro e brullo della sua Liguria, ama le stradette che conducono ai fossati, le pozzanghere dove i ragazzi prendono le anguille e le viuzze che portano agli orti ravvivati dal giallo dei limoni. In questi attimi di silenzio distratti dal profumo dei frutti, la realtà sembra abbandonarsi e quasi sembra di penetrare nel mistero della natura e scoprirne i suoi arcani. Ma l’illusione di capire l’ultimo segreto delle cose svanisce, il tempo scorre e le stagioni variano: la realtà delle città rumorose, le cui viuzze fanno vedere l’azzurro del cielo solo a piccoli squarci, sono caratterizzate dalla pioggia e dal freddo inverno che riempie l’animo di noia e tristezza. Quando però da un portone semiaperto appare nel cortile il giallo vivido dei limoni, si accende una luce che dissolve il gelo del cuore ed evoca un piacevole insieme di profumi, suoni e colori familiari e festosi che per un istante riconciliano con la vita.

In Non chiederci la parola Montale si rivolge all’interlocutore invitandolo a meditare sulla crisi di certezze dell’uomo contemporaneo, che spesso cade nell’inganno di poter trovare una formula risolutiva (la parola che squadri da ogni lato) o una spiegazione sicura alle sue inquietudini e alle vicende della storia. L’unica verità che è data all’uomo è la coscienza dell’impossibilità di avere certezze in un mondo indecifrabile e inconoscibile. In Spesso il male di vivere il poeta presenta una concezione negativa della vita e della poesia: dice di aver incontrato nella propria esistenza molto dolore cui non esistono soluzioni per combatterlo. La statua, la nuvola e il falco, però, svelano un “miracolo” legato alla divina Indifferenza: slegano l’uomo dai vincoli del tempo, in un “attimo estatico” che allontana per un momento dalla realtà delle cose.

Al 1939 risale la seconda opera poetica, Le occasioni. Ne fa parte la lirica Non recidere forbice quel volto. La forbice, correlativo oggettivo del tempo inesorabile, è invitata a non cancellare dalla memoria il ricordo del volto della donna amata.

Nella più recente raccolta Satura (1971) compare la poesia Ho sceso dandoti il braccio: in stile prosastico, confronta il passato (il viaggio vissuto con la moglie Drusilla) rispetto al presente (vuoto interiore per l’assenza della compagna morta): il poeta ha sceso le scale con la moglie, ossia ha affrontato il viaggio della vita insieme a lei per tanto tempo e adesso sente il terribile vuoto della sua assenza. Mosca (nomignolo attribuito scherzosamente a Drusilla per le spesse lenti) era guida del poeta nella sua esistenza, grazie alla sua “vista interiore” e intuitiva (le “vere pupille” sono state le sue). Ella aveva la capacità di cogliere la verità esistenziale che gli altri non erano in grado di comprendere: la realtà non è “quella che si vede”, ma un mistero che va oltre le apparenze.

Il Novecento è stato quindi il secolo di grandi cambiamenti, grandi conquiste e grandi orrori. Questi ultimi, legati soprattutto alle vicende della Seconda Guerra Mondiale, diventano oggetto di una lirica di temi civili che riflette sugli accadimenti e i significati della storia e della società. Primo Levi[10], nella poesia che accompagna Se questo è un uomo, esorta il lettore a ricordare gli orrori che sono stati (“è accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”).

La raccolta Giorno dopo giorno (1947) del siciliano Salvatore Quasimodo[11] si interroga sul valore civile della poesia contemporanea: Alle fronde dei salici, scritta durante l’occupazione nazista della città di Milano, riflette sulla parola poetica che diventa muta, priva di valore e significato di fronte al dolore e agli strazi della guerra; in Uomo nel mio tempo, invece, il poeta si rivolge alle nuove generazioni, esortandole a dimenticare gli atroci insegnamenti delle persone che le hanno precedute.

Tra gli autori extra italiani più significativi in ambito civile si annovera il tedesco Bertolt Brecht[12]. Mio fratello aviatore (sull’inutilità della guerra), Un giorno vennero a prendere me (sulle discriminazioni e sul disinteresse della gente quando le vicende non le riguardano direttamente), Domande di un lettore operaio (sulla memoria storica che riguarda solo i “grandi”, mentre i “molti” sono dimenticati per sempre come non fossero mai esistiti) e Ho sentito che non volete imparare (sull’opportunità della scelta di non studiare) sono testi che fanno riflettere sulle contraddizioni della società di metà Novecento, ma sono senza dubbio ancora di grande attualità.

La poesia del Novecento, pertanto, può essere considerata un “canto strozzato” dall’insignificanza, dagli orrori, dal dolore e dal male di vivere; è una poesia che fa riflettere sul senso della vita, della gioia e del dolore, in una società dove le certezze sono perdute, soprattutto quelle religiose. Ben lontani sono i tempi di Dante e la fiducia per l’uomo virtuoso di un approdo, prima o poi, in Paradiso.

La lirica più recente ha preso strade diverse, ma sembrano lontani i tempi in cui si leggeva, si rifletteva e si imparava dalle poesie. Le poesie moderne possono essere considerate le canzoni, unione di parole e musica, come avveniva alle origini della letteratura… e il cerchio si chiude.