Guerre jugoslave

Tutti i popoli sono buoni,

per poco che si provi a rispettarli

e ad amarli.

E’ la paura a renderli crudeli.

Tutti i popoli sono buoni

perché tutti hanno sofferto.

Atenagora di Costantinopoli

Le guerre jugoslave sono state una serie di conflitti armati, inquadrabili tra una guerra civile e conflitti secessionisti, che hanno coinvolto diversi territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, una decina di anni dopo la morte di Tito, tra il 1991 e il 2001, causandone la dissoluzione.

Diverse le motivazioni che sono alla base di questi conflitti:

  • il nazionalismo imperante nelle diverse repubbliche a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta;
  • motivazioni economiche;
  • gli interessi e le ambizioni personali dei leader politici coinvolti;
  • la contrapposizione spesso frontale fra etnie e religioni diverse (musulmani e ortodossi), fra le popolazioni delle fasce urbane e le genti delle aree rurali e montane;
  • gli interessi di alcune entità politiche e religiose a porre fine all’esperienza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Antefatti

La Jugoslavia era stata creata nel 1919 unendo tra loro popolazioni molto diverse per cultura, tradizioni e religione. Dopo la Seconda guerra mondiale, il regime comunista di Tito aveva dato alla Jugoslavia una costituzione federale. Le repubbliche che la componevano erano, da nord a sud, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia. Ampia autonomie avevano anche Kosovo e Vojvodina.

Noi siamo sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo Tito.

Un contributo al successo dell’operazione di Tito era venuto anche dagli aiuti economici provenienti dall’Occidente e volti a tenere staccata la Jugoslavia dalla sfera di influenza sovietica, e a farne, anche grazie alla personalità del presidente jugoslavo, il Paese-guida del Movimento dei non allineati.

Il regime comunista aveva soffocato le tendenze autonomistiche delle varie repubbliche, ma la morte di Tito, il 4 maggio 1980, privò il paese di un leader di grande prestigio, capace di neutralizzare le spinte centrifughe di un Paese multietnico e multireligioso.

Il paese continuò a godere di un certo prestigio internazionale: nel 1984 Sarajevo ospitò  i XIV Giochi olimpici invernali.

Un anno di svolta è il 1989. Mentre il Comunismo sta collassando in Europa e sta per crollare il muro di Berlino, sulla scena politica serba si era messo in luce Slobodan Milošević (1941-2006), divenuto presidente della Repubblica Socialista di Serbia l’8 maggio 1989. I rapporti fra le varie repubbliche continuavano a rimanere abbastanza sereni, nonostante:

  • la montante insofferenza slovena (il Paese più sviluppato, storicamente e tradizionalmente legato alla Mitteleuropa) per le strutture federali;
  •  il malessere tra i Serbi e gli Albanesi del Kosovo. La provincia serba era a schiacciante maggioranza albanese e chiedeva maggiore autonomia politica, anche attraverso la costituzione della settima repubblica jugoslava, il Kosovo indipendente dalla Serbia.

Nel 1986 venne pubblicato il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze (noto anche come Memorandum SANU), un documento di intellettuali serbi che denunciavano una generale campagna anti-serba, esterna e interna alla repubblica, e forniva le basi ad un rinato nazionalismo serbo basato sulla riedizione della teoria della “Grande Serbia”.

Milosevic, prendendo spunto dal Memorandum, iniziò a richiamarsi al mito estremista e nazionalista della “Grande Serbia”, l’idea di un grande Stato serbo etnicamente puro che, oltre alla Serbia vera e propria, comprendesse il Kosovo, la Bosnia e le regioni della Croazia abitate da serbi.

Contemporaneamente in Croazia fu eletto alla presidenza Franjo Tudjman (1922-99), un estremista che si ispirava al nazionalismo croato antiserbo, manifestatosi durante la Seconda guerra mondiale con l’appoggio alle truppe di occupazione naziste. I simboli di estrema destra degli ustacia fecero la loro ricomparsa, in un clima di nazionalismo sempre più accesso e irrazionale.

Nel 1991 la Slovenia e la Croazia proclamarono l’indipendenza; nel 1992 la Bosnia. Milosevic reagì duramente, inviando l’esercito: iniziava così una guerra civile, complicata dal fatto che, Slovenia a parte, vi erano forti minoranze etniche e religiose appartenenti a un’altra delle repubbliche ex-jugoslave.

In particolare:

  • la frontiera serbo-croata divenne il luogo di una lacerante conflitto militare, con uccisioni e deportazioni della popolazione del Paese nemico;
  • la situazione più drammatica si sviluppò in Bosnia. Quando i serbi-ortodossi della Bosnia tentarono di unire il Paese alla Serbia, la minoranza croata-cattolica e quella musulmana reagirono proclamando unilateralmente la propria indipendenza.

A questo punto scoppiò la guerra civile, che raggiunse livelli di violenza inauditi, con stragi di civili indifesi: i combattimenti, infatti, erano finalizzati anche ad annientare la popolazione di diversa nazionalità con operazioni di “pulizia etnica”.

Tra gli episodi più tristi:

  • l’assedio di Sarajevo, il più lungo assedio nella storia bellica moderna (più di 12.000 morti)
  • il massacro di Srebrenica, genocidio di circa 10.000 musulmani bosniaci

Europa e America intervennero tardivamente. La comunità internazionale riuscì a imporre la pace solo nel 1995 con gli accordi di Dayton: una parte del territorio bosniaco restò sotto la protezione serba, mentre il resto fu affidato a un’amministrazione autonoma croato-musulmana.

La feroce guerra civile ex jugoslava ebbe uno strascico nel Kosovo. Qui vi era una forte minoranza di serbi, ma la maggioranza era albanese e musulmana. Sin dagli inizi degli anni Novanta i kosovari avevano manifestato l’aspirazione e rendersi indipendenti da Belgrado ed era nato un movimento (UCK) che aveva avviato una guerriglia contro la presenza serba.

A partire dal 1998, Milosevic ordinò un deciso giro di vite e inviò nella regione l’esercito e gruppi paramilitari che si abbandonarono a violenze ed eccidi contro la popolazione civile, scatenando anche qui la “pulizia etnica”: il fine era di costingere i kosovari a trasferirsi in Albania, cosa che fu vicina a realizzarsi.

Il 24 marzo 1999 la NATO iniziò 78 giorni di bombardamenti sulla Serbia. Milosevic si ritirò. L’ONU autorizzò la NATO a inviare una forza di pace in Kosovo. Il controllo del territorio si rivelò difficile, anche perché l’UCK mise in atto un’eguale e contraria pulizia etnica antiserba.

Nel 2000 le elezioni politiche in Serbia hanno visto la netta affermazione dell’opposizione democratica, guidata da Vojslav Kostunica (1944-X). Milosevic, costretto a lasciare il potere, è stata incarcerato e messo sotto processo dal Tribunale internazionale dell’Aja, ma è morto nel 2006 prima che fosse emessa la sentenza contro di lui.

Attualmente:

  • Slovenia è membro dell’UE dal 2004;
  • Croazia è membro UE dal 2013;
  • Serbia è governata da una coalizione di partiti democratici, che cercano di recuperare l’isolamento in cui il Paese è caduto negli anni Novanta;
  • Bosnia-Erzegovina, Paese è composta da due entità territoriali: la Federazione croato-musulmana (51% del territorio) e la Repubblica serba (il restante 49%). Ciascuna delle due zone ha un proprio ordinamento che, nel caso della prima, prevede una complessa gerarchia di ruoli e responsabilità volta a garantire il mantenimento di buoni rapporti di convivenza tra le etnie musulmana e croata. La Presidenza della Repubblica è esercitata a rotazione, con turnazione di 8 mesi, dai tre Presidenti, uno per ogni etnia, eletti direttamente dal corpo elettorale ogni due anni.
  • Kosovo si è proclamato indipendente nel 2008, ma non è stato riconosciuto dalla Serbia e da diversi paesi ONU, tra cui Russia e Cina.
  • Montenegro, indipendente da 2006.
  • Macedonia, separatasi pacificamente nel 1991.

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