Kosovo

Guerra del Kosovo (1996-1999)

La guerra del Kosovo fu un conflitto armato, svoltosi tra il 1996 ed il 1999, riguardante lo status della provincia autonoma serba del Kosovo, allora compresa nella disciolta Repubblica Federale di Jugoslavia.

Il Kosovo era una provincia autonoma i cui abitanti, negli ultimi decenni, erano divenuti a maggioranza albanesi. Con la morte di Josip Broz Tito (1980) con il rinascere e crescere dei vari nazionalismi, l’insofferenza etnica della popolazione albanese in Kosovo verso la Federazione Jugoslava aveva cominciato a sfumare dalla rivendicazione autonomista a quella indipendentista.

Il conflitto precipitò alla fine degli anni Ottanta: nel marzo del 1989 l’autonomia della provincia risalente alla costituzione della Repubblica Jugoslava di Tito venne revocata su pressione del governo serbo guidato da Slobodan Milošević. Fu, tra l’altro, revocato lo status allo stesso modo goduto dalla lingua albanese-kosovara, chiuse le scuole autonome, rimpiazzati funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone fedeli alla Serbia.

Dal 1989 al 1995 la maggioranza della popolazione d’etnia albanese del Kosovo mise in atto una campagna di resistenza prevalentemente non violenta sotto la guida del partito LDK e del suo leader Ibrahim Rugova.

Dopo la fine della guerra in Bosnia ed Erzegovina, tra i kosovari (in maggioranza di religione musulmana) nacquero e si rafforzarono in breve tempo forze armate guidate da veterani di quella guerra con intenti indipendentisti. Tra il 1996 e il 1999 furono i separatisti albanesi dell’UÇK a compiere atti di terrorismo contro le postazioni militari e contro le entità statali. Successivamente ci fu una repressione sempre più dura da parte della polizia e, più tardi, da parte di forze paramilitari ispirate da estremisti serbi.

Nel 1999 ci fu l’intervento della NATO contro la Serbia. Per tutto il 1998, mentre la guerra sul terreno si espandeva e la repressione dei serbi si faceva via via più pesante e sanguinosa, la NATO adottò una politica di dissuasione e minaccia contro il governo della Repubblica federale iugoslava guidato da Slobodan Milošević. Da Aviano e dalle altre basi NATO italiane presero il volo i caccia bombardieri.

L’esercito serbo e truppe “irregolari” facenti capo a movimenti ultranazionalisti serbi (che già avevano operato in Bosnia-Erzegovina distinguendosi in massacri di civili ed operazioni di cecchinaggio) non mancarono di compiere diverse esazioni sulla popolazione del Kosovo, per provocarne la fuga e creare quello stato di fatto necessario alla realizzazione dell’obiettivo della spartizione.

Il conflitto armato ha portato molte perdite di vite umane, distruzione e danni economici, che pesano ancora sulla vita sociale del paese. E inoltre ha riacceso l’odio etnico secolare tra i due popoli che pretendevano il controllo del paese.

Nel 1999 i rifugiati albanesi ritornarono, ma cominciò un nuovo esodo: migliaia di cittadini di etnia non albanese (soprattutto serbi) fuggirono dal Kosovo temendo — e subendo — rappresaglie albanesi. Si creò uno stato di fatto che perdura tuttora, con i serbi superstiti trincerati in gran parte nella Metochia (la parte serba del Kosovo) e gli albanesi nel Kosovo impegnati a rendere “etnicamente pura” la provincia: numerose chiese ortodosse sono state distrutte.

Autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008, al 2015 115 Stati membri dell’ONU (tra cui tre membri permanenti del suo consiglio di sicurezza, Stati Uniti, Francia e Regno Unito, e altri 21 Paesi su 28 dell’Unione europea oltre agli ultimi due citati) hanno garantito il suo riconoscimento, mentre 51 degli altri 82, tra cui altri due membri del consiglio di sicurezza, Cina e Russia, e cinque Paesi dell’Unione europea, si sono dichiarati contrari al riconoscimento.

La Serbia considera il Kosovo come propria provincia autonoma.