Slovenia

Guerra d’indipendenza slovena (1991)

Nel nord della Federazione vennero indette subito libere elezioni, che determinarono la vittoria di forze di centro-destra: in Slovenia la coalizione democristiana Demos formò un nuovo governo, mentre Kučan restò presidente della Repubblica.

Il 23 dicembre 1990 in Slovenia si tenne un referendum sull’indipendenza, o meglio sulla sovranità slovena, dal momento che si parlava anche della costruzione di una nuova confederazione di repubbliche, le cui basi andavano ridiscusse. Il referendum sulla sovranità slovena ottenne l’88,2% di voti favorevoli. Data l’indisponibilità serba a rivedere radicalmente l’assetto dello Stato, la sera del 25 giugno 1991 fu convocato in seduta plenaria il Parlamento Sloveno (Skupščina) per discutere e votare l’indipendenza; tutti erano favorevoli, tranne il comandante delle truppe jugoslave, che era pure membro effettivo dell’assemblea, il quale fece un discorso minaccioso. Nel corso della seduta, poco prima della votazione definitiva, il Presidente del Parlamento diede lettura di un telegramma appena pervenuto dal Sabor di Zagabria, il Parlamento Croato, nel quale si comunicava che la Croazia era indipendente. Ad avvenuta votazione, nella piazza centrale di Lubiana il presidente Milan Kučan proclamò davanti al popolo l’indipendenza slovena. La conclusione del discorso di Kučan lasciava intendere un’immediata risposta delle truppe federali: Nocas su dovoljene sanje, jutro je nov dan (“stasera i sogni sono permessi, domani è un nuovo giorno”).

La risposta dell’Armata Popolare Jugoslava (JNA) avvenne il 27 giugno 1991, quando l’esercito intervenne in Slovenia per riprendere il controllo delle frontiere. Iniziò così la prima guerra in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Janez Janša, divenuto ministro sloveno della difesa, cercò di costituire un esercito nazionale. Gli Sloveni presero il controllo delle basi militari federali nel Paese e delle frontiere con Italia ed Austria. La guerra (chiamata “guerra dei dieci giorni”) si concluse rapidamente, essendo la nazione slovena etnicamente compatta e sostenuta politicamente dal Vaticano, dall’Austria e soprattutto dalla Germania, che si impegnò subito a riconoscerne l’indipendenza e spinse perché anche l’intera CEE facesse lo stesso.

L’8 luglio vennero firmati gli Accordi di Brioni, siglati da Kučan, Tuđman, divenuto presidente croato, Marković, premier federale, dal serbo Borisav Jović, presidente di turno della presidenza collegiale jugoslava e dai ministri degli esteri della troika europea Hans van den Broek (Paesi Bassi), Jacques Poos (Lussemburgo) e João de Deus Pinheiro (Portogallo). La piccola repubblica slovena diventava così indipendente da Belgrado.